Editoriale
Nei mesi scorsi, si sono fatte più forti e incalzanti le difficoltà di un'Europa smarrita di fronte al cambiamento che trasforma il mondo. Un'Europa che può difendere la sua centralità solo in un modo: puntando sulla conoscenza, sulla ricerca, sul sapere. Per l'Italia, in particolare, si tratterebbe di fare una rivoluzione. Una rivoluzione che deve avvenire prima di tutto sul piano culturale se, seguendo le parole di Carlo Bernardini, ''anche se sembra che quella che va a rotoli sia soprattutto la nostra 'ricchezza', in realtà è la nostra cultura''. L'evidenziazione di una situazione da 'mucillagine' (per usare le parole di Giuseppe de Rita, presidente del Censis, alla presentazione del 41mo rapporto sulla situazione sociale del paese), in cui l'Italia si configurerebbe come una poltiglia di tanti coriandoli che stanno l'uno accanto all'altro ma non stanno insieme, fa scattare un allarme ma al tempo stesso propone una soluzione all'orizzonte: un cambiamento profondo, culturale, anche e soprattutto nel settore della ricerca scientifica, che deve 'serrare i ranghi' e prepararsi alle nuove sfide che le esigenze del nuovo millennio le pongono.
Carlo de Benedetti, parlando delle sfide che il Vecchio Continente fronteggia nell'attuale, difficile congiuntura, di fronte al prestigioso Pembroke College di Cambridge, ha insistito sul tasto dell'unità e della coesione fra le strutture di ricerca. Le università - disse qualche mese fa - devono tornare ad essere una rete del sapere senza barriere fra Stati, come avveniva alle loro origini medievali. Soprattutto ''va introdotta un po' di sana concorrenza, eliminando le barriere e le nicchie oggi esistenti''. Davanti al mondo globalizzato dei giganti, della grande Cina, della rinascente Russia, dell'emergente India, del futuro Brasile, tutti i popoli europei sembrano quasi pigmei incapaci di incidere. Ma, ''se i pigmei si mettono insieme hanno la possibilità di difendere le proprie posizioni. Perciò io dico che l'Europa è la soluzione che abbiamo davanti. Un'Europa che non deve essere un superstato. Semmai una rete di Stati, di Istituzioni, di persone e di imprese''.
L'attenzione al destino delle Università, sempre meno torri d'avorio e sempre più luoghi di incontro di idee, e la sensibilità nei confronti dell'importanza strategica - in un certo senso 'tecnologica' - della conoscenza, è stata testimoniata anche dal World Science Forum di Budapest. >>>
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Lettera cibernetica n.4
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